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sabato 17 settembre 2011

Alex Fedele: Il mistero del Supremo(stagione 1; episodio 5)


IL MISTERO DEL SUPREMO





PROLOGO: Un delitto inspiegabile in un ristorante a cinque stelle. La vittima è un tizio che sedeva al tavolo di fronte ai nostri eroi. Nulla è come sembra, e spesso la logica viene sovrastata dall'odio umano. E quando sembra che hai sconfitto tutti, arriva chi ti mette con le spalle al muro!




CAPITOLO I – Il Supremo

Il “Supremo” era, seconda Bianca, “il ristorante più in voga a Torino negli ultimi tempi”. E quando Bianca parlava, di solito nessun uomo le si metteva contro. Non che fosse un mostro, intendiamoci, ma sicuramente aveva una dote che definirei fondamentale per tutto quello che concerne una discussione. Sapeva argomentare le sue tesi. Niente male per una ragazzina di diciassette anni. Flavio ultimamente aveva un buon gruzzolo che gli affiorava nella casse. Sicuramente, il ciò non era dovuto alla mia presenza, ma diciamo che c’era stato il “mare mosso” per ciò che ne concerne i casi. Le questioni nei quali eravamo presenti sia io che Flavio raccoglievano molti consensi. Flavio veniva elogiato in qualità di mentore del progetto PSD, mentre io, ogni tanto ricevevo lodi a bizzeffe da qualche funzionario di polizia. Era per questa ragione che io, Flavio, Bianca e mio fratello Andrea ci eravamo accordati per andar a mangiar fuori e festeggiare comunque la nuova popolarità che aveva investito l’agenzia investigativa del buon Flavio. Non navigavamo nell’oro, ma sicuramente c’era una situazione migliore.
«Buonasera signori» una donna sulla cinquantina, con dei capelli rossicci, esordì così seduta su una sedia posta dietro ad una reception color legno smaltato. «Avete una prenotazione?»
«Certo signora. Flavio Moggelli.» disse quest’ultimo sollevando gli occhiali da sole in stile naif.
«Mi lasci controllare. Flavio Moggelli, Flavio Moggelli … » disse scorrendo una lunga lista compilata su un’agendina di pelle.
«Sì, ecco» continuò. «Flavio Moggelli. Ore venti e trenta, tavolo trentatré. Le chiamo un cameriere.»
Di fronte a noi, piuttosto in fretta, si parò un giovane, probabilmente ancora studente, che si manteneva facendo qualche lavoretto occasionale.
«Mi chiamo Dario. E per questa sera sarò il vostro cameriere personale» Di certo, lo charme non gli mancava affatto. Chissà quante prove aveva effettuato per essere così convincente.
«Che bello!» esultò Bianca, facendosi letteralmente brillare gli occhi. Vedevo mio fratello confuso.
«Bianca, scusa.» disse tirandola in giù per portarla al suo livello.
«Sì, piccolo? »
«Che significa quello che ha detto quel signore?»
«E’ il nostro cameriere personale. Significa che se per stasera avremo bisogno di qualcosa, ci sarà lui ad occuparsene. Hai capito adesso?» disse carezzandogli le guance.
Andrea semplicemente annuì. Dario, il nostro “cameriere personale”, ci accompagnò al tavolo. Le tovaglie color arancio acceso e i centrotavola in legno rude, conferivano all’atmosfera un aspetto decisamente caldo e familiare. Tutto ciò naturalmente, non stonava con l’ambiente chic di quel posto molto, molto gettonato.
Ci sedemmo. Di fronte ad ogni postazione, c’era un menù, color rosso carminio, con lo stemma del ristorante cartonato. In silenzio e senza dire una parola, Dario si defilò e noi fummo liberi di esaminare accuratamente tutto il succulento programma della serata.
Devo ammettere che la fama di quel ristorante era ben che più meritata. Tutto ciò che popolava il menù, erano piatti di altissima qualità. Dario tornò con le bottiglie d’acqua.
«Mi sono preso la libertà di prendere del vino per i signori» esordì.
«Ha fatto benissimo» lo incitò Fabio.
«La ringrazio signore. Avete già deciso cosa ordinare o posso darvi una mano a scegliere?»
La cortesia di quel cameriere era davvero esemplare. Da premio Oscar.
«Be’, se lei volesse indirizzarci, non ne saremmo certamente scontenti» disse Flavio esibendo il suo miglior sorriso.
«Bene, allora facciamo così. E’ una pratica abbastanza diffusa in questo locale. Io le porto nell’ordine i piatti più consumati dai clienti. Che ne dite?»
«Potrebbe spiegarsi meglio?» dissi in tono autorevole.
«Certamente signore. In pratica le verranno offerti tutti i migliori piatti del locale. Sta a voi se accettare o meno.»
Decidemmo di accettare. I piatti appetitosi erano molti e sicuramente Dario aveva buon gusto. Di certo non avremmo rimpianto nulla. Nell’attesa di mangiare qualcosa, furono serviti dei grissini e del pane. Flavio sorseggiò del vino, anche più di un bicchiere. Continuava ad elogiarne le caratteristiche pregiate. D’altronde ci avevano servito del Valdobbiene di Conegliano. Davvero niente male.
L’unica cosa che non andava quella sera erano i vicini di tavolo. Vicino a noi, a tavolo trentadue, erano sedute quattro persone. Tre uomini ed un’avvenente signorina che erano impegnati a discutere animatamente a proposito di problematiche che per loro probabilmente erano importanti. Parlavano del lavoro, del mondo in generale, della crisi economica, e stando a quanto sentii, avevano opinioni espressamente discordanti.
«Cosa diamine stai dicendo? Non sai che l’inflazione è provocata dall’aumento dei prezzi? Non lo sai che così si svaluta la nostra moneta?». Sicuramente, quell’uomo con la giacca nera e la camicia a quadretti viola, stava degenerando. Per quanto mi riguarda, forse era anche brillo.
L’avvenente signorina invece cercava di rispondergli a tono, ma era evidente che appartenevano a due caratteri diversi oltre che a due correnti di pensiero completamente opposte.
«L’aumento dei prezzi? Non dire sciocchezze! La verità è che siamo costretti a farlo per via della nostra bassa produzione ed esportazione di prodotti made in Italy.»
Per quanto riguarda gli altri due partecipanti al dibattito, più che due amici a cena, sembravano due arbitri intenti a calmare qualche lottatore di wrestling. O qualche politico a seconda dalle circostanze.
In particolare ce n’era uno, con i capelli biondi pettinati in stile “paglia secca” che cercava di dare ragione ad entrambi e che provava a calmare gli animi. L’altro invece, con gli occhialetti da intellettuale,i capelli neri e la giacca color sabbia, se ne stava in disparte cercando di carpire il più possibile dai due contendenti per poi al fuoco, si scatena un incendio. Fu quello che accadde quella sera. Flavio era particolarmente irritato dal fatto che ogni nostro discorso venisse costantemente stoppato sul nascere dalle urla di quel tavolo.
«Ehi! Non potete stare zitti?» disse con decisione.
L’uomo con la giacca nera e con la camicia a quadretti si alzò dal tavolo con una grazia senza paragoni(cogliete l’ironia, please) e rivolgendosi verso Flavio disse:
«Ehi, sottospecie di spilungone. Stai zitto se non vuoi una ripassata di sganassoni!» che finezza vero?
Il detective si alzò dal tavolo e andò a mettersi faccia a faccia con quel burbero.
«Forse lei ignora che siamo in un posto pubblico ed è buona educazione interloquire in silenzio.»
«Forse lei ignora che sono in un ristorante non in una chiesa e che lei mi sta rovinando la cena.» rispose sfacciatamente.
«Io le sto rovinando la cena? E’ lei che sta discutendo con una foga senza pari!»
«E allora? Faccio quello che voglio!»
«Non quando disturba gli altri! Maleducato!» gridò Flavio.
«E chi lo dice? Uno straccione? Guarda come vai vestito» disse afferrando la cravatta di Flavio con disprezzo. «Dove l’hai presa questa? Al mercato delle occasioni? Guarda qui» e così facendo fece un giro su se stesso.«Guarda la mia giacca. Persino i bottoni sono firmati» affermò indicando una giacca nera con delle passature sottopelle e dei bottoni color ocra, a dir la verità piuttosto pacchiani. Notai che sui bottoni c’era un segno. Non so dire esattamente cosa fosse, ma probabilmente, avrei giurato che si trattassero delle sue iniziali per quanto fosse spocchioso.
Per poco non arrivarono alle mani. La loro “piazzata” era stata udita da tutti i presenti e noi, spettatori consci del diverbio, eravamo accorsi a separare i due uomini prima che potesse finire male. Si sedettero di nuovo, ultimando la loro sfida con uno sguardo di fuoco. Poi cominciò finalmente la cena.
Dario portò ben tre portate di antipasti. Asparagi allo zabaione salato, barchette di invidia ai formaggi e arancini di riso. Deliziammo il tutto. Ora capisco perché Bianca aveva detto che quel ristorante aveva successo. Il servizio era impeccabile, le portate pure e certamente il personale era il massimo dell’essere servizievoli. Il resto della cena fu da rimanere estasiati. Servirono come primo un risotto ai funghi davvero superbo. Come contorno assaggiammo un’insalata campagnola, con prezzemolo, pecorino e peperoncino e ancora dei carciofi ai funghi. Successivamente ordinammo dell’arista di maiale e dell’orata. La cena era stata davvero super senza ombra di dubbio. Probabilmente lo sarebbe stato anche il conto, ma per una volta non faceva nulla. Non eravamo abituati a mangiare tutte le sere al ristorante. Da quando ero arrivato a casa Moggelli era la prima volta. Di solito la sera si cucinava in casa o ci si arrangiava con pizza o qualche panino. Non c’erano vizi particolari da parte di nessuno.
L’unica cosa che probabilmente aveva stonato con l’incantevole ambiente e con il delizioso servizio era stato l’insistente voglia di sopraffare tutti su tutto dell’uomo che pochi minuti prima era quasi arrivato alle mani. I suoi amici erano sopraffatti da lui, tutto quello di cui si parlava era ai suoi piedi. Pretendeva di aver ragione su tutto. Non so come le persone che erano con lui lo sopportavano. Fossi stato in uno di loro gli avrei già ribaltato qualche piatto sulla testa. Era davvero irritante. Pretendeva che gli altri aspettassero lui per mangiare, andava in bagno e ci stava mezz’ore intere. Si alzò quattro o cinque volte. Chissà. Poteva soffrire di incontinenza? A parte questo era come se avessimo cenato con quelle persone. Parlarono nell’ordine di cronaca nera, cronaca rosa, politica, sport e affrontarono discorsi atipici come quelli riguardanti mobilifici, computer, acquisti di immobili, armi, film. Insomma non ce n’era per nessuno e più che un tavolo sembrava la sede di un talk show nel quale tutti litigavano e tutti stupidamente pretendevano di avere ragione.
Il burbero del tavolo accanto, chiamiamolo così, si allontanò ancora per andare in bagno. Stessa cosa fecero altri due suoi amici. La signorina impugnava un telefonino ultima generazione, uno di quelli che si vedono in televisione negli spot pubblicitari più avvenenti con quelle modelle dalle curve aggraziate.
Al tavolo rimase solamente l’uomo con i capelli biondo paglia. Sorseggiò del liquore, si guardò attorno e si godette l’atmosfera del locale senza i suoi compagni come elemento di disturbo.
«Come è stato bello! Avete visto che avevo ragione? Questo ristorante è il migliore di Torino attualmente!» disse Bianca carezzandosi i suoi lunghi e morbidi capelli neri.
«Già. Speriamo che il conto non sia anche il più caro di Torino.» Flavio e la sua voglia di divertirsi.
«Papà! Hai mangiato, bevuto. Adesso pagherai! Non capita mica tutti i giorni di mangiare in un ristorante così. Prendila come uno strappo alla regola, ok?»
«Beata gioventù! Io alla tua età per guadagnarmi qualche soldino facevo sempre lavoretti in tutta la città. Ho fatto il benzinaio, l’uomo sandwich, ho pulito persino le scale dei condomini per guadagnarmi pochi spiccioli.»
«Sì, lo sappiamo» intervenne Fabio.«Ci racconti questa storiella da quando eravamo piccoli. Non credi che i tempi siano cambiati?»
«E’ cambiata anche la moneta!»
Fabio mi guardò con una espressione mista tra il tragico e l’esasperazione.

CAPITOLO II – Le urla rotte dal pianto

In quella cena non avevo parlato molto. Non so perché. Capitava a volte di sentirsi non male, non bene. Una via di mezzo. Be’ quella sera di autunno non ero particolarmente in forma. La mia gola era liscia come uno stridere di violini e anche tutto il resto non era propriamente al massimo delle proprie possibilità.
«Federico! Federico!» una voce assordante dal bagno degli uomini.
Inizialmente nessuno ci fece caso. Forse qualcuno stava discutendo. La voce era quella del signor “so-tutto” seduto al tavolo appena dietro a noi. Chissà, forse stava impartendo qualche altra lezione, stupida, a qualche suo altro cagnolino.
Pian piano però le parole divennero urla, il tono di voce fu rotto dal pianto e l’indubbia spocchia del nostro amico sicuramente sfociò in un’umiltà mista al pentimento. Mi accorsi che qualcosa non andava. Stessa cosa Flavio. Andammo di corsa in bagno e in quella elegante quanto grande stanza trovammo di fronte una scena veramente poco piacevole. Il signor so-tutto era piegato in ginocchio con i capelli in disordine, il colletto della camicia mal piegata e la giacca abbottonata e guardava in una delle porte con all’interno i sanitari. Corsi subito verso di lui. Lo scansai senza ritegno e diedi un’occhiata. Davanti a me si parò l’uomo del tavolo di prima, quello con gli occhialetti da intellettuale e l’aria da furbetto malizioso, steso a terra, con un colpo di pistola al cuore. Lo spettacolo fu agghiacciante. Era appoggiato con il braccio destro sul bordo del water, mentre il sinistro giaceva a terra come tutto il corpo.
«Chiamate subito la polizia! C’è un uomo a terra!» urlai. Flavio corse ad avvisare clienti e maitre e così pochi minuti dopo arrivò al completo la consueta squadra omicidi formata dall’ispettore Vincenzo Ducato, dall’agente Giuseppe Novato e da un paio di agenti della scientifica.
Ducato esaminò il corpo. I suoi guanti bianchi perlustravano ogni singolo centimetro del corpo della vittima.
«Nulla da fare signori. E’ morto. Novato. Chiama rinforzi alla centrale e chiedi altri due agenti. Il maitre mi ha comunicato che ci sono circa trenta persone nel locale attualmente e negli ultimi trenta inuti nessuno è uscito o entrato dal ristorante. Il colpevole si trova ancora qui.»
Flavio si intromise. «Ispettore, se vuole l’aiuto io a fare gli interrogatori. In due non ce la faranno mai.»
«Be’, Flavio. Se vuoi aiutarmi, accetto naturalmente.»
«Ma certo! Mi aiuterà anche Alex, non è vero?»
«Guarda, veramente io … »
«Mi aiuterai non è vero?» chiese in tono più feroce.
«C-certo. Come no?»
Non che non volessi aiutarlo. Ma ero convinto che gli interrogatori servissero solo come predisposizione alla risoluzione del caso. Negli interrogatori non c’è mai nessuno che dice la verità. Ogni piccola bugia si trasforma in una(loro) grande verità. E’ per questo che li consideravo, certo, ma sicuramente mi interessava molto di più girare nei bagni ed assistere alle ipotesi della polizia. Che farci? Dovevo attenermi a Flavio.
I rinforzi vennero comunque. Cominciammo gli interrogatori. Bianca, Fabio e Andrea se ne stavano in disparte in una hall del ristorante assieme alla receptionist e ai camerieri.
«Vengo subito Flavio»
«Dove vai? Non crederai di aver finito qui vero?»
«No di certo. Credo di aver perso il telefonino. Vado a cercarlo, torno tra un attimo.»
In realtà il telefonino ce l’avevo eccome. Ma non ne potevo più di fare interrogatori. Avevo già ascoltato la vita di tre-quattro presenti e non avevo notato nessuna anomalia.
In realtà mi diressi verso i bagni, anzi verso il bagno degli uomini. Entrai e dissi a Novato:
«Allora scoperto nulla?»
«Ancora no»
«Scusami. Vi siete chiesti perché il cadavere non ha sangue attorno a sé?»
«Cosa vuoi dire?»
«Come cosa voglio dire? Non vedi che intorno al corpo non c’è nemmeno una traccia ematica? E’ stato sicuramente pulito da qualcuno.»
«Ora che ci faccio caso … hai ragione! Com’è possibile?»
«Il nostro assassino ha ripulito le tracce.»
Ducato, sentendo la conversazione ordinò ad un agente della scientifica di “provare il test del luminol”.
Per chi non lo sapesse, il luminol è una sostanza che spruzzata su di una superficie rileva automaticamente delle tracce ematiche.
«Bella intuizione ragazzo. Qui nessuno ci aveva fatto caso. Sai, ne vediamo di casi di questo genere al giorno, una dimenticanza o una sbadataggine è più che concessa.»
Non dissi nulla. Stavo pensando. Immerso nei miei pensieri. Come mai il killer si era preoccupato di pulire le tracce ematiche attorno al corpo della vittima? C’era sicuramente una ragione. Poi ebbi una sorta di intuizione. Forse una colluttazione, o altro. Forse nel insieme al sangue della vittima si era mescolato del sangue dell’assassino. E questa sarebbe stata una prova inconfutabile. Ma come scoprire chi fosse? Premesso che io avevo una convinzione che non mi si toglieva dalla testa fin dall’inizio di quella storia. Per me l’assassino era uno di quei tre che erano seduti al tavolo con lui. Non avevano alibi. Il signore con i capelli biondi, Nicola Griotti, era stato seduto al tavolo tutto il tempo. L’avevo visto anch’io. La donna , Giovanna Mearoni, sosteneva di aver passato il tempo a chiamare una sua vecchia amica nella hall del ristorante, ma quando i poliziotti chiamarono quel numero non rispondeva nessuno. Claudio Borghetti invece, il mio terzo sospetto aveva passato il tempo in bagno, a poche porte dalla vittima, ma non aveva udito nulla. Segno che la pistola o qualunque arma da fuoco fosse, aveva inserito il silenziatore.Nessun altra persona di quel locale aveva riconosciuto la vittima quando avevano detto nome e cognome. Si chiamava Federico Araghini. Aveva trentasette anni, faceva l’ingegnere e non aveva né figli, né moglie. Insomma, un ragazzo come tanti, un laureato che forse viveva da solo. Tutti erano stati interrogati sull’identità di questa persona. A tutti era stato chiesto se riconoscessero quell’uomo, ma tutti avevano dato come risposta un secco “no”. Restavo però delle mie convinzioni. Ragionai. Per asciugare il sangue non poteva aver usato dei fazzoletti. Ne sarebbero serviti a bizzeffe. Forse aveva usato un panno assorbente, un qualcosa di più spesso. Lasciai il bagno in fretta e furia e andai al primo cestino della spazzatura. Parlai tra me e me. Speravo di trovare qualcosa che potesse indirizzarmi.
E la trovai. Nel fondo di un cestino strapieno(la mia solita fortuna)trovai due spugnette per lavare i piatti. Non potevo prenderle a mani nude. Avrei rischiato di lasciarci sopra le mie impronte. Se erano ciò che pensavo, forse eravamo a buon punto. Ok, so cosa state pensando. Avrei potuto prenderle e farle esaminare. Sicuramente sarebbero state trovate tracce ematiche e le impronte digitali di chi naturalmente le aveva usate, ma il mestiere del detective non è questo. Al limite è il mestiere di uno della scientifica. Il detective deve sovrastare la scienza. Non deve fermarsi lì. Altrimenti sarebbe solo un tizio che gioca alla caccia al tesoro, non vi pare? Probabile. Il detective deve prendere le prove ed inchiodare l’assassino con le prove stesse, senza supporti scientifici, ma solo con l’intelletto.
Ritornai in bagno, presi in prestito due guanti da Novato. Tornai al mio posto e presi le due spugnette riponendole in una bustina di plastica trasparente. Poi me la nascosi nella giacca. Era piccola, quindi nella parte interna sarebbe stata bene. L’avrei tirata fuori al momento adatto.
Intanto dovevo capire come aveva fatto il killer a ferirsi. Se si era ferito nella colluttazione forse aveva rimediato qualche ferita in bocca. Infatti nessuno dei presenti, nemmeno uno tra i miei tre sospetti prioritari, aveva una benda o segno di qualche ferita. Nonostante fossero stati perquisiti, nessuno aveva visto nulla. I poliziotti li avevano trovati tutti puliti.
Conclusi che forse la ferita si trovava in bocca. Tornai in sala. Incontrai Bianca e Fabio al mio ritorno. Erano andati a fare compagnia a Flavio. Forse gli stavano addirittura dando una mano.
«Dove cavolo eri sparito?» mi chiese Flavio con la sua consueta e famosa gentilezza (cogliete l’ironia anche qui per favore).
«Ehm … ero andato a cercare il cellulare.» sorrisi come un ebete.
«Bene. L’hai trovato? Dov’era finito? In Kazakistan per caso?»
«No, no che dici? Era nel bagno. Lo avevo dimenticato sullo specchio»
Per il momento non volevo rivelargli nulla delle spugnette.
«Sai, la polizia ha notato che non ci sono tracce ematiche attorno al corpo della vittima»
«Che stai dicendo?»
«Proprio quello che ho appena finito di dire. Attorno al corpo della vittima non c’erano tracce ematiche. Strano che nessuno ci abbia fatto caso. Sarà stato per la foga del momento.»
«Vado a controllare. Continua tu per favore»
«Ok»
Mi sedetti. Bianca e Fabio mi guardarono con aria interrogativa.
«Dimmi la verità Alex, hai trovato qualcosa, non è vero?» disse Bianca avvicinandosi con aria di sfida.
«No, no cosa stai dicendo? L’avrei detto a Flavio, non credi?» affermai esibendo un sorrisone.
«No. Non lo credo. Mio padre ha sempre detto che hai la testa troppo dura. Sei ostinato e a volte ti isoli dal mondo pur di risolvere un caso.»
«Ma no! Ha esagerato. Tranquilla!»
Continuavano a guardarmi con aria interrogativa.
«Sapete cosa vi dico? Dovete farmi un favore ragazzi.»
«Spara» disse Fabio.
«Continuate voi qui gli interrogatori. Io devo … andare a … »
«Fammi indovinare» esordì Bianca con ironia «devi andare a cercare l’altro telefono?»
«Eheh, be’. Hai centrato .Io vado allora.»
«No, no! Aspetta! Come si fa un interrogatorio?»
«Oh, questo è facilissimo. Basta che tu chieda cosa facevano nell’intervallo in cui si è consumato il delitto che per quanto ci riguarda è compreso tra le ventuno e venti e le ventuno e cinquanta. Tutto chiaro? Prendi nota ed il gioco è fatto. Poi ci penserà la polizia a valutare il tutto. A proposito. Dove sono i tre amici della vittima?»

CAPITOLO III – Trucco diabolico

«La signora è nel bagno. La polizia l’ha fatta entrare anche se è quello degli uomini perché voleva osservare il cadavere. Per quanto riguarda i due uomini. Be’, il signore biondo l’ho visto parlare col maitre fino a due minuti fa, mentre l’altro è seduto lì in fondo a guardare la tv»
«Bene. Voglio vederla anch’io.»
«Eh?»
«Voglio vedere la tv. Vado a sedermi vicino al signore.»
Non nego che mi sentii un vero idiota, ma svelare le mie intenzioni in quel momento sarebbe stato un suicidio investigativo.
Andai nella direzione in cui era seduto il signore che circa un’oretta prima aveva litigato con Flavio. Era seduto ad un divanetto di color arancio spento, quasi sul marrone e guardava sulla pay-tv un programma di cabarèt.»
«Sa, sono anche i miei preferiti.» esordì sedendomi vicino a lui.
«Davvero? Non trovi siano rilassanti?»
«Già. Gradisce un bicchiere di vino? Vorrei scusarmi per il mio amico prima. Aveva bevuto un po’ troppo. Mettiamoci una pietra sopra, le va?»
«Ma certo. Anche se mi ha fatto davvero arrabbiare.»
«Lo immagino. » Presi del Valdobbiene nel secchiello posto vicino a noi colmo di ghiaccio e gliene offrì un bicchiere. Questo però accidentalmente mi scivolò dalla mano e il “nobile liquido” si versò interamente sulla giacca del signore che aveva detto di chiamarsi poco prima Claudio Borghetti.
«Oh! Che disastro! Mi scusi, sono un incapace! Mi perdoni davvero!»
«Non preoccuparti. Non l’hai mica fatto apposta?»
«Le do una mano a ripulirsi, venga qui.»
«Non insistere, ti ho detto di no»
. Ce l’avevo in pugno. Il suo non voler farsi aiutare aveva fatto scattare la mia trappola. Una persona che era stata così attenta a nascondere tracce ematiche, sicuramente aveva avuto l’accortezza di cambiare “volto” ai suoi abiti.
Mi avvicinai al suo orecchio e gli sussurrai queste parole.
«Dica la verità signor Borghetti. Lei ha ucciso il suo allegro compare non è vero?» Parlai pianissimo, attento a non farmi sentire.
Dalla sua, posso dire che si limitò ad impallidire. E che trasalì in modo grossolano.
«Che cosa stai dicendo?»
«Non faccia l’ingenuo con me signor Borghetti. Sapevo fin dall’inizio che era stato uno di voi tre. Ma sa perché ho teso la trappola per primo verso di lei? Perché prima al tavolo ha parlato troppo. Ho notato che ne aveva di nozioni sulle armi. Non le sarebbe stato difficile acquistarne una potente, dotarla di silenziatore e sparare un colpo mortale al suo amico.»
«Sei uno stupido» mi disse sempre sussurrando. Sai che non puoi incolpare qualcuno senza prove?»
«Già. Ma io so che lei è colpevole. Io ho prove. Sia scientifiche, sia causali.»
«Non dire idiozie! Non sono stato io.»
«Oh e invece sì, signor Borghetti. Vede … a me piace paragonarla ad un bambino che ha mangiato la cioccolata e con il viso tutto sporco continua a negare di essere lui il “colpevole”»
«Cosa vuoi dire?»
«Voglio dire che io ho tre prove contro di lei e che due di queste lei ce le ha addosso.»
Rabbrividì. Le mani cominciarono a stringersi in un pugno. Gli occhi a perdersi nel vuoto. Avevo fatto centro.
«Sono strasicuro che è stato lei a ripulire il sangue attorno al corpo della vittima. Non è vero signor Borghetti? Se non sbaglio le ho sentito dire che lei fosse andato in bagno con la vittima e che poi una volta uscito abbia trovato il cadavere.»
«Sono andato in bagno con Federico. E allora? Questa dovrebbe essere una prova?»
«No, ma sulle spugnette che ho ritrovato nella spazzatura e che lei sicuramente ha utilizzato per pulire il sangue attorno al corpo della vittima, ci sono sicuramente le sue impronte ed il suo DNA visto che si è preoccupato di ripulire il sangue perché per qualche motivo anche il suo sangue si era mescolato alla pozza della vittima»
Sempre più arrabbiato e con la voce rotta dall’anima tormentata affermò sfacciatamente:
«Tutto qui? Devo ammettere che sei bravo, ma non basta.»
«Dinanzi alle sue impronte digitali e alle sue impronte … lei nega? Lo sta che sta negando l’evidenza? Guardi allora. Andiamo in bagno, si faccia qualche gargarismo … vediamo se sputa saliva in modo normale o magari c’è del sangue. Non avendo ferite evidenti sono sicuro che la vittima ha tentato di difendersi e che l’ha colpita in modo violento sui denti. Lei ha commesso il delitto e come gesto di stizza ha sputato sul pavimento non è vero? Poi si è reso conto di aver fatto una sciocchezza, è andato in cucina passando dalla porta secondaria ed ha prelevato una di quelle spugnette per lavare i piatti o forse se l’era già portata, non so dirglielo. Ha asciugato il tutto e poi ha buttato nella spazzatura. Sappia che l’ho recuperato.»
«Bravo, bravo» disse in tono di sfida.
«E guardi i suoi abiti. Crede che non mi sia accorto che la giacca che indossa ha bottoni diversi? Quelli erano griffati, questi all’interno sono semplici. Anche la camicia si è cambiato. Scommetto che prima di commettere il delitto se l’è rivoltata insieme alla giacca per paura di macchiarsi. Non si è macchiato, ma non ha avuto il tempo di cambiarsi perché ha gridato “al lupo” troppo presto»
«Devo farti i complimenti. Sei molto intuitivo per essere un poppante»
«E sa perché le sto dicendo tutto questo? Perché lo sto dicendo a lei e non alla polizia?»
«Dimmi»
«Perché mentre io ho espresso come è andata e mentre lei ha confermato, il mio telefonino aveva il registratore inserito.» dissi sfidandolo con lo sguardo ed estraendo il mio Samsung dalla tasca.
«Maledetto!» si alzò e mi diede uno spintone e cominciò a correre.
Fabio, Bianca, Andrea ed il resto della gente guardava stupita la scena. Nessuno aveva udito la conversazione. Avevamo parlato sotto voce uno vicino all’altro ed io avevo avuto per tutto il tempo il registratore inserito nella tasca interna della giacca.
«Prendetelo! Fabio, non lasciarlo sfuggire!»
Fabio si mise effettivamente contro Borghetti, ma la stazza dell’uomo, più largo che lungo fece in quell’ambito la differenza. Diede un violento spintone al ragazzo che crollò a terra. Bianca tentò di lanciargli il giocattolino che Andrea teneva in mano. Era di plastica e lo prese di striscio. Stava per uscire, quando, come in un film, Flavio ed il suo tempismo presentarono l’arduo conto della giustizia.
Moggelli gli si lanciò contro e lo placcò in stile football sussurrandogli qualcosa di strano all’orecchio. Lo tenne fermo finché Novato non venne con le manette pronte. Era accorsa anche la scientifica. Mi avvicinai.
«Dimmi, un po’ ragazzino. Come hai fatto a sapere che ero stato io? Come mai hai teso quella trappola per primo a me se avevi tre sospetti?»
«Impari, signor Borghetti. Spesso, chi parla tanto si tradisce. Il discorso dell’arma c’entra solo in parte, Ho visto che lei aveva tanta competenza su quell’argomento. Ma la cosa che mi ha fatto scattare la molla per tenderle la trappola è stato il fatto che tutti parlavano con qualcuno, tutti erano agitati. Tutti tranne lei che ha avuto la freddezza di guardare un programma di cabarèt dopo una tragedia del genere.»
Consegnai la busta con spugnette alla scientifica. Dissi loro che sarebbe stato meglio esaminare la bocca del killer per avere la certezza che la ferita fosse interna.
«Hai fatto a capoccia tua un’altra volta. Il bello è che non posso nemmeno rimproverarti perché hai risolto il caso da solo.»
«Capita.»
«Già. Bravo, davvero niente male. Ora possiamo andare»
«Papà! Il conto!» Disse Bianca massaggiando la spalla di un Fabio dolorante.
Il maitre porse il conto a Flavio che per tutta risposta pagò con un’espressione da pesce merluzzo. Non vidi mai quel conto, ma doveva essere abbastanza salato per fargli fare quello sguardo.


ANTICIPAZIONE EPISODIO 6(New entry di un personaggio importante per la trama principale): Può una tranquilla famigliola di città, tramutarsi da modello di vita e di ispirazione, a gruppo di killer? La risposta è semplice. Per Alex Fedele, tutti possono commettere un reato. Anche quando non sembra tale, la bravura del detective, sta nell'individuare dettagli, che alla fine, possono rivelarsi letali! 
ALEX FEDELE EPISODIO 6: IL MALATO
Solo su questo blog a partire dal 24 Settembre! NON PERDETELO PER NESSUNA RAGIONE!



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