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sabato 10 dicembre 2011

Alex Fedele: Ostaggi al centro commerciale(stagione 1; episodio 17)


OSTAGGI AL CENTRO COMMERCIALE

PROLOGO: Una giornata tranquilla sembra possibile per tutti, giusto? Anche per Alex? Forse no. I nostri vanno al centro commerciale e si ritrovano un caso di follia umana senza pari. Servono sangue freddo, coraggio e astuzia!




CAPITOLO I –Svaligiamo il centro commerciale

Le donne, si sa, sono amanti dello shopping. Tutto ciò che si può acquistare, loro lo vogliono e tutto ciò che non si può comprare, ma che ha l’aspetto da “adorabile”, le rendono incredibilmente nervose e oserei dire nevrotiche. Quel pomeriggio, Bianca ed io e mio fratello Andrea avevamo svolto i nostri consueti compiti. Bianca aveva sbrigato le faccende scolastiche, Andrea aveva sbrigato le sue e in quanto a me, Flavio mi aveva detto che non c’erano casi all’orizzonte.
Mi ero disteso sul divano, bello e contento per un giorno in casa, ma poi, quando stai rilassandoti, quando hai i nervi del collo che si rilassano … arriva qualcuno a romperti le scatole. Quel qualcuno, per quanto mi riguarda, aveva un nome e cognome: Bianca Moggelli.
Si era seduta affianco a me saltellando in modo espansivo e aveva cominciato a chiedermi insistentemente: «mi accompagni al centro commerciale? Mi ci accompagni?». Io, povero ingenuo, le avevo chiesto dove fosse finita Barbara, la sua amica del cuore, ma mio malgrado non avevo tenuto in conto una cosa. Barbara era stata ricoverata in ospedale da pochi giorni, visto che doveva operarsi all’appendicite e Bianca si ritrovava senza una compagna che le desse consigli di moda. Così, con suo padre avente la sensibilità di un bufalo ad una gara clandestina di corsa, l’unica “vittima” che le era rimasta ero io, visto che suo fratello stava studiando per gli esami di medicina che avrebbe dovuto sostenere a breve. Così, dopo interminabili preghiere  da rivolgere piuttosto ai santi e non certamente a me, avevo acconsentito, a patto che fossimo andati in libreria per dare uno sguardo ai libri gialli e che fossimo tornati presto. Voi ora direte, poveri illusi, che io sia un po’ troppo duro con Bianca. Be’, amici miei, toglietevelo dalla testa immediatamente. Il fatto è che voi non la conoscete affatto. Il sabato pomeriggio, quando la scuola chiude i portoni fino al lunedì mattina, i pavimenti del centro commerciale si consumano sotto i decisi passi di questa ragazzina e delle sue amiche. Entrano ogni settimana, in ogni negozio, per vedere ogni volta le stesse cose. Dalle scarpe alle borsette, dai lucida labbra ai jeans. Insomma, come dicevo poche righe fa … tutto ciò che si potesse comprare era a portata di mano. Non avevano mai speso tanto, ma la cosa più irritante era che una volta rientrate a casa, restassero a parlare al telefono per ore, scambiandosi confidenze sui vestiti. Frasi del tipo: «Hai visto quel completino pistacchio, com’era carino?», alla quale considerazione segue risposta «E perché non l’hai preso?» e così via.
Bianca mi affascinava. Non era la solita ragazzina di diciassette anni, futile e con poche idee in testa. Non pensava solo a vestiti e ornamenti insomma. In realtà, sapeva ragionare, amava la scuola, le piaceva studiare ed era incredibilmente virtuosa.
«Fratellone, ma ci dobbiamo fermare ad ogni negozio?» mio fratello mi teneva la mano e, guardandomi dal basso verso l’alto, mi rivolse questa domanda.
«Ah non lo so. So solo che non sento più le gambe a furia di camminare. Incredibile, è peggio dei giri di campo a calcio».
Bianca, che camminava pochi metri avanti a noi e non aveva ancora acquistato niente, rallentò il passo e cominciò a parlare.
«Come siete lamentosi voi maschi! Se Barbara non fosse stata ricoverata … ».
«Sei gentile … » dissi ironizzando.
«Lo so …». Praticamente era una sagoma.
«Ascolta» le dissi appoggiandole una mano sulla spalla. «Quanti negozi dobbiamo girare ancora?».
«Uff … sei qui solo da mezz’ora, abbiamo visto solo due negozi e sei già stanco? Cosa dirai quando ti chiederò di portarmi le borse?» domandò ridacchiando tra sé e sé.
«Potrei piantarti qui per esempio».
«Non oseresti … » replicò indignata.
«Signorina, lei non mi conosce» cominciai a risponderle passando in tono scherzoso dal “tu” al “lei”. Si ricordi che le chiavi della macchina ce le ho io» le dissi sorridendo.
«Lo so, ma non lo faresti comunque» commentò in aria di sfida.
«E perché ne sei così sicura?».
«Semplicemente perché sei una persona seria».
«Quindi … è su questo che ti basi per farti piacere un ragazzo?».
Si voltò verso di me, stupita. «Scusa, ma chi ha mai parlato di ragazzi?».
«Ehm … era solo una curiosità» dissi imbarazzato.
«Ascolta» continuò - «Posso farti una domanda personale?».
«Dimmi tutto».
«Nella tua città … a Fondi … avevi una ragazza?».
«No.Perché?».
«Solo curiosità, nient’altro. Volevo solo sapere se avevi qualcuno dall’altra parte a prendersi cura di te».
«A prendersi cura di me?» dissi con la faccia stranita.
«Già».
«Scusa, cosa intendi esattamente?». Continuai mentre le camminavo affianco.
«Di solito, è la donna che si prende cura dell’uomo. Lo sappiamo tutte che siete eterni bambinoni».
«Noi eterni bambinoni? Non siamo mica capricciosi come voi!» dissi adirato.
«Perché ti scaldi tanto? Scusa, qual è il problema?» mi placò socchiudendo i suoi piccoli occhi.
«Nulla, ma mi dici che siamo “bambinoni” … ».
«Perché è vero, dai! Prendi mio padre. Ha più di quarant’anni, eppure non cresce ancora. Gli riordino l’ufficio ogni settimana e puntualmente gli ripeto di non commettere gli stessi errori. Indovina che succede? C’è sempre inchiostro a terra, cibo ovunque e pratiche sparse. Nemmeno Sergio riesce e mettere in ordine quel putiferio».
«Che c’entra Flavio? Lui è un caso a parte!».
«Cosa vuoi dire?» disse con aria turbata.
«Nulla,solo che tuo padre è uno che con l’ordine fa a cazzotti».
«Oh, guarda quelle scarpe!» urlò in mezzo alla folla distogliendo l’attenzione dal discorso. La sua attenzione si era posata su un negozietto modesto, chiamato “Hercule” e su un paio di scarpe da tennis,ornate con delle stelle.
«Che carine!» continuava a ripetere sotto il mio sguardo perplesso.
«Guarda il prezzo. Non è mica carino pure quello!» dissi ironizzando.
«Be’, in effetti è un po’ caro … ma ho dei risparmi da parte. Da quando gli affari vanno meglio, papà ha aumentato la pecunia» disse sorridendo.
«Pecunia?».
«Ma sì, soldi, stipendio, paghetta, chiamalo come vuoi, insomma ho più soldi, più disponibilità finanziarie, chiaro?».
«Limpido».
Per sintetizzarvi, perché altrimenti non mi basterebbero le parole, quel pomeriggio, dalle sedici alle diciotto, entrammo in quindici negozi, di cui tre solo di scarpe. Ogni negozio aveva la musica sparata a palla, che lanciava musica rock, funk, punk, e miscuglio di suoni accozzati che loro avrebbero poi osato definire musica. Oltre a perdere l’uso dei timpani, persi anche e soprattutto la pazienza. Avete presente quei film, nei quali il padre della ragazza va al centro commerciale con la figlia che deve scegliersi il vestito per il ballo? Ecco, eravamo così.
Non so quante volte Bianca indossò decine di capi d’abbigliamento diversi per poi non acquistare nemmeno uno. Si cambiò milioni di volte, cogliete l’iperbole per cortesia, e trovò difetti ad ogni cosa. Un abito era troppo stretto, l’altro troppo largo, quello a destra aveva lo spacco troppo vertiginoso, il jeans era troppo vistoso. Ah, le donne!
La cosa peggiore fu che chiese sia a me che Andrea di dare un parere. Mio fratello si abbonò al “ti sta bene, sei bellissima!”, mentre io dissi realmente ciò che pensavo. Be’ … indovinate un po’? Si arrabbiava quando la criticavo e quando le facevo dei complimenti. In sintesi, non c’era modo di accontentarlo. Lo ripeto … ah, donne!

CAPITOLO II –La paura degli ostaggi

In definitiva, erano le diciotto, non mi sentivo più le gambe, avevo sonno, fame, sete ed una gran voglia di buttare quelle tre grandi buste che tenevo in mano per pura cavalleria.
«Come va fratellone?» mio fratello Andrea aveva assistito al tutto e se n’era rimasto impassibile, come per star a significare di essere impotente di fronte a ciò che stava accadendo. Credetemi, una donna che fa shopping, è paragonabile ad un piccolo cataclisma.
Mentre stavamo camminando, un cane, di razza pastore tedesco, al seguito di una anziana signora, lasciò un “regalino” proprio accanto a noi. Magnifico! Uno viene al centro commerciale per rilassarsi e cosa si ritrova? Un cane che dispensa i suoi bisogni a destra e a manca. Davvero rilassante, non è vero? In compenso la signora si stava scusando con tutti coloro che si erano lamentati. Dalle donne incinte, agli uomini di mezza età con la puzza sotto il naso(e oserei dire anche dentro il naso ormai … ). Dal canto suo, il pastore tedesco, che scoprimmo chiamarsi Omar, preferiva abbaiare contro chiunque avesse qualcosa da ridire.
Dopo questo gentile siparietto, Bianca cominciò a pormi delle domande, in quanto secondo lei, avessi qualcosa da nascondere.
«Secondo me hai visto qualcosa e non vuoi dirmelo, Alex» continuava a ripetermi mentre ci apprestavamo finalmente ad uscire dal centro.
«Non ho nulla» continuavo a ripetere distrattamente, con lo sguardo rivolto altrove.
In effetti, Bianca non sbagliava. Era da almeno mezz’ora che avevo notato un tizio sospetto. Questo tale, un uomo barbuto, con i capelli rossicci e con un giubbotto verde militare indosso coperto di peli, probabilmente di animale, aveva guardato ogni vetrina e fatto delle foto ad ognuno di essa. Inoltre portava la borsa a tracollo sulla spalla sinistra. La deduzione più logica sarebbe che fosse mancino. Indovinate un po’? Faceva le foto dal cellulare con la mano destra. Inoltre, avevo notato sulla tasca destra del suo larghissimo giubbotto, c’era una sporgenza che non mi piaceva affatto.
Quando fece esplodere un colpo dalla sua pistola, una Beretta 93R, frantumando la vetrina di un negozio dedicato alle ceramiche, il mio sospetto divenne certezza. Avevo già un piede fuori dal posto, quando cominciai a correre all’impazzata lasciando la mano a mio fratello Andrea. Inconsciamente, non calcolai che mi avrebbe seguito comunque e con lui, per proteggerlo, anche Bianca la quale continuava ad urlarmi a squarciagola di non immischiarmi.
Il tizio si accorse della mia violenta corsa alle sue spalle. Il mio obiettivo era quello di saltargli sulle spalle e disarmarlo.
«Stai fermo moccioso!» mi intimò puntandomi la Beretta a dieci centimetri dal viso.
Rabbrividii fermandomi di scatto. Era come se il mondo si fosse fermato.
L’anziana signora urlava a più non posso e se ne stava abbracciata al cane, che abbaiava in modo feroce attirando l’attenzione anche dei piani alti. In circa un minuto, l’uomo col giubbotto verde ricoperto di peli, ebbe un centro commerciale enorme, popolato da migliaia di persone, totalmente in proprio ostaggio.
«Chiunque si muovi, è finito!» urlò aprendo un sacchetto di pelle.
Poi scavalcò la vetrina delle ceramiche e si fece consegnare l’incasso dalla commessa, che più che terrorizzata, era proprio inerme.
«Anche chi vuol fare l’eroe» disse guardandomi stizzito «finirà male, quindi attenzione!».
«Dimmi un po’» gli chiesi tenendo le mani alzate  mentre cercavo di raccogliere tutto il mio coraggio«perché fai la rapina senza passamontagna? Sai cosa succederebbe se uno di noi sapesse riconoscere il tuo viso?».
Scavalcò di nuovo la vetrina. «E bravo il moccioso … sai, non che me ne importi più di tanto. E’ la mia ultima rapina, poi mi ucciderò. Ve lo dico perché ormai non potete più fermarvi. Ma prima di uccidermi, porterò qualcuno con me all’altro mondo. Per esempio … questa bella signorina accanto a te … chi è la tua fidanzatina?»domandò ironico afferrando Bianca con forza scaraventandola a terra con disprezzo.
Poi le puntò la pistola contro. Lei se ne stava inginocchiata, con le mani giunte, quasi come per pregare, tra le lacrime. Il tizio caricò la pistola.
«Un solo passo, una sola parola, ragazzino … e la tua fidanzatina finisce all’altro mondo. Hai capito cretino?».
Annuii carico di rabbia, con gli occhi infossati e la voglia di fare a botte. Ma non potevo. Aveva una pistola dalla sua. Se il tizio nel bar di qualche tempo prima ero riuscito a convincerlo di non fare una strage, questo mi sembrava decisamente più intenzionato a portare a termine il suo piano.
Continuava a derubare i presenti. Ripulì l’uomo di mezza età. Si fece consegnare orologi d’oro, gioielli, anellini, catenine, persino spille dal grande carattere affettivo.
Picchiò anche una ragazza sui vent’anni. L’aveva minacciata di dargli la sua catenina d’argento. Era una catenina con incise due lettere, mi parve fossero la G e la N. Alla richiesta del rapinatore di consegnargliela, la ragazza rispose picche una prima volta, picche una seconda e picche ancora una volta la terza. La risposta del tizio fu un sorriso beffardo ed un cazzotto violento con la Beretta nella mano. La ragazza venne sbalzata a terra. La sua faccia era livida, gonfia, colma di sangue. Ne perdeva davvero molto. Doveva aver colpito nella parte più dolorosa. Fatto sta che le strappò la catenina dal collo, buttandola poi a terra e calpestandola con il piede destro. Che idiota. Inutile dire che la ragazzina scoppiò in lacrime. Il sangue misto alle lacrime, è una cosa che da quando avevo cominciato a collaborare qua e là con la polizia nelle vesti di detective, avevo visto moltissime volte. Ed ogni volta ti sentivi uno schifo. Perché la gente nasce umana, diventa belva e muore di nuovo umana, ma non per volere, ma solo perché la vita ti costringe. Strano no? Me ne stavo inerme, guardando negli occhi Bianca, che non aveva ancora dato segno di vita. Rimaneva a terra, disperata, sconvolta, con i capelli che le carezzavano gli occhi umidi. Mio fratello mi stava attaccato alle gambe, in segno di protezione. A cinque anni, ritrovarsi in quelle situazioni, era davvero sorprendente, oserei dire disarmante. Tra un po’ mio fratello sarebbe stato più intraprendente di me.
Il cane abbaiava con forza e violenza. L’anziana signora veniva minacciata dal rapinatore  e l’uomo di mezza età si lasciava cullare dal pericolo. Era impassibile, ma dentro di lui aveva l’angoscia di chi non sa se avesse rivisto sua moglie, o i suoi figli.
C’erano altri due personaggi molto particolari. Un ragazzo sui trent’anni, completamente ricoperto di tatuaggi di ogni tipo e una donna sulla cinquantina, distinta,abbastanza snob, con un fare naif, che anche quando ebbe da consegnare i suoi anelli al rapinatore, non perse la sua aria di supponenza.
Il ragazzo con i tatuaggi, si carezzava l’ultima garza. Doveva essere l’ultima opera d’arte inflittagli sul suo corpo. Per il resto, il suo berretto gli nascondeva gli occhi. La donna, anch’essa con capelli ramati, aveva in controluce, tutti gli occhiali sporchi. Che avesse pianto? Che avesse avuto un incontro ravvicinato con qualche dinosauro. So cosa pensate. Sto scherzando in un momento come questo. Purtroppo è così. Devi avere la forza di dominare la paura. La paura, in alcuni casi, è la tua amica più fidata, quella da cui si va per ricevere un consiglio, quella che ti fa regredire da supereroe a uomo, quella che ti colpisce forte, ti strattona, ti da segnali di scossa.
Intanto nell’aria, continuavano a volare peli dal giubbotto del tizio. Un paio di persone starnutirono. Dovevano essere allergiche.
«Ed ora» ricominciò a parlare tra il silenzio misto alla paura «completiamo l’opera. Finiamola qui. Volete ragazzi? Allora? Morirò qui! In questo centro commerciale! Ma tre di voi verranno con me!»concluse con una risata sadica. Era inquietante.
«A cosa diamine è servito allora, fare la rapina?» chiese l’uomo di mezza età, con i polsini della camicia sbottonati e l’aria sconvolta.
«Non dirmi quello che devo fare, idiota! La mia missione era quella di farvi creare un grosso spavento e poi di portarmi tre di voi con me, all’altro mondo, in modo che non dimentichiate mai questa giornata!».

CAPITOLO III – Peli di cane

Una donna, quella di poco prima, incinta, cominciò a singhiozzare in modo violento.
«Bene, una volontaria già ce l’abbiamo. Signora, lei sarà la prima a venire con me».
«No!» urlò quest’ultima tra le lacrime. Ma poco dopo si avvicinò. Lo sguardo del bastardo, valeva più di mille parole.
«La seconda vittima sarà … sarà … quella sorta di ritratto umano. Vieni qui Mr. Tatuaggio».
Il ragazzo si avvicinò lentamente, quasi conscio del destino che stava per giocargli un brutto scherzo.
«E la terza ce l’abbiamo già qui, signori e signore. E’ la fidanzatina dell’eroe che voleva sorprendermi alle spalle, e che ora se la sta facendo sotto dalla paura». Indicò prima Bianca, pronunciando la parola “vittima”, e poi successivamente guardò imperterrito me, per il resto del discorso.
«Bianca no! E’ mia amica!» mio fratello attirò l’attenzione del bruto, che si inginocchiò davanti a lui e gli disse: «le cose non vanno sempre come vorresti. Ringrazia il cielo che io ti risparmi bimbetto». La faccia di mio fratello si contorse in una espressione cattiva, intonsa dagli scrupoli. Se avesse avuto un arma, avrebbe premuto il grilletto.
Ok, è arrivato il momento. Precedenza alle signore, quindi … » puntò la pistola verso la donna incinta, che pensò di ripararsi la pancia con le mani.
«Aspetta!» urlai.
«Cosa diavolo vuoi?».
«Io … avrei una richiesta». Mi avvicinai lentamente con le mani alzate.
«Sentiamo» disse il bastardo con aria dipinta da un ghigno benigno.
«Io soffro di cuore. Di attacchi cardiaci molto forti. Quindi mi chiedevo se potessi … ecco … uccidere me al posto di queste persone».
«Ah ah! E perché dovrei farlo?».
«Be’ ecco». Crollai a terra, con la mano che si torceva la parte sinistra del petto, a simulare un attacco cardiaco.
«Ah!» dissi urlando a più non posso. Dovevo inventarmi qualcosa. Anche a costo di morire io stesso, non potevo far uccidere quattro persone, compreso il bambino che stava per nascere. Così, finsi di avere problemi cardiaci, finsi di contorcermi.
«Vedi … ah!» continuai nella recita fingendo fortissime fitte. «Fammi fuori, sparami adesso. Tanto non potrò vivere a lungo. Sparami … in fronte … ah!».
«No Alex!» Bianca si era alzata e con le lacrime agli occhi si contorceva il viso.
«A-allora? Vuoi farmi fuori, sì o no?» chiesi al rapinatore.
«Silenzio» chiese il barbuto rapinatore con violenza. «Vuoi venire tu con me all’altro mondo eroe? Ne sei sicuro?».
«Certamente … » dissi finendomi dolorante.
«Dammi una buona ragione per la quale dovrei farlo, idiota».
«S-sei … ah! … sei sposato no? Ho visto la fede. Pensa a cosa … a cosa penserebbe tua moglie dopo la tua morte. Sarebbe incolpata di avere un marito assassino di un quadruplo omicidio. Invece così … sarà incolpata lo stesso … ma almeno diranno che ha ucciso un povero malato che voleva un po’ di sollievo dal suo cuore stanco».
Queste parole lo colpirono. E senza dire una parola, caricò la Beretta R93.
«Ok. Ti piace fare l’eroe … » disse ironizzando. Potete andare tutti dall’altra parte e assistere all’esecuzione» concluse in modo quasi trionfante.
Ero a pochi centimetri dalla Beretta e tra pochi secondi, il buio mi avrebbe avvolto. Ero a pochi centimetri anche dal cane. Quello che mi serviva per sfuggire dal buio. La signora anziana mi guardava in modo stupido. Passò neanche un secondo, quando urlai a più non posso e saltai addosso all’anziana signora. Balzai all’indietro e la colpì con un placcaggio in stile football, scaraventandola a terra, e cercando di parargli la testa con le mani. La signora, per forza di cose, dovette lasciare la presa del cane, che si avventò sul rapitore e cominciò a morderlo ovunque. Il bastardo urlava a più non posso. Mollò la pistola, che fu subito raccolta da Mr. Tatuaggio. Gli urlai di lanciarmela e lo fece. Fortunatamente non sparò nessun colpo.
«Ora sei sotto controllo!» gli urlai. Poi dissi alla cassiera di lanciare l’allarme.
Il cane non mollava ancora la presa. Mi scusai con l’anziana signora per il placcaggio, ma le dissi che era stato necessario. Dal canto suo, la donna, dopo avermi schiaffeggiato per qualche secondo, mi ringraziò di avergli risparmiato una brutta fine e così fecero anche gli altri. Bianca, non appena si riprese psicologicamente dallo shock, venne da me e mi abbracciò forte, dondolandosi al mio collo. Versava ancora lacrime.
«Oddio! Ho temuto davvero il peggio!» continuava a ripetere.
«Su, è passato. Non piangere, sennò mi commuovo anch’io e faccio la figura dello stupido» le dissi carezzandole la testa e stringendola forte a me.
Mio fratello riabbracciò Bianca. Quindici minuti dopo, la polizia arrivò al centro commerciale e arrestò il rapinatore barbuto. Il suo nome era Federico Montanari, aveva quarantaquattro anni, una figlia di tre anni, sposato da cinque e ricercato da venti per spaccio di droga. Voleva suicidarsi perché aveva fallito una missione per il suo capo, e quest’ultimo, gli aveva promesso che lo avrebbe fatto fuori non appena si fosse distratto. Stando alla sua confessione, non ce la faceva più a convivere con quel peso addosso.
Tornammo a casa in macchina. Andrea si addormentò sul sedile posteriore.
Ascoltammo i Bon Jovi in auto. Flavio ne era un fan accanito. E piacevano anche a me. Sulle note di “Livin’ on a Prayer”, Bianca cominciò a parale, con la paura che le attanagliava la gola e che l’avrebbe fatto per almeno una settimana, o più.
«Dimmi un po’ … hai fatto agire il cane perché lo hai visto feroce, non è vero?».
«Nient’affatto» dissi bisbigliando.
«E allora … ?».
«Non l’hai notato? Eppure era vicino a te. Il rapinatore ha sicuramente un cane a casa. Di grossa taglia».
«Ma … come fai ad esserne così sicuro?» chiese stupita.
«Un cane normale, anche il più feroce, avrebbe abbassato la guardia ad un certo punto. Ma il comportamento di Omar, quel pastore tedesco, mi aveva insospettito. Continuava ad abbaiare. Il fatto è che i cani, quando annusano il pelo di un esemplare più grande di loro, entrano subito in competizione con quest’ultimo. Abbaiano, reagiscono male e diventano intrattabili. Il nostro rapitore aveva continuato a subìre le ire del cane nonostante le minacce … e la conclusione più ovvia è stata che avesse dei peli di cane sulla giacca. La signora lo teneva stretto, per paura che commettesse qualche sciocchezza, ma non aveva capito che proprio quel cane, fino a quel momento malvisto da mezzo centro commerciale, avrebbe potuto salvarci la vita fin dall’inizio».
«Sorprendente!» esclamò «Ma perché hai finto quell’attacco di cuore?».
«Se non ci si ingegna, è finita» commentai ridendo «Tutti hanno un cuore, anche i criminali. Ed ho provato a toccarlo su ciò che pensavo avesse più importanza per lui … la sua famiglia, naturalmente».
«Capisco … Be’ bravo … » cercò di dire in tono serio. Ma si vedeva un miglio che i suoi occhi provavano gioia e commozione in modo totale.
«Ti ringrazio».
«Figuriamoci! Adesso non te la credere troppo. Ho notato che sei leggermente presuntuoso!» disse ridendo.
«Presuntuoso io?» domandai incredulo.
«Già, non l’avevi notato?».
E continuammo per un po’. Si chiamano punzecchiamenti, e mi piacciono molto. I punzecchiamenti reciproci sono straordinari. Non come l’angoscia. La stessa angoscia che aveva quasi fatto commettere un omicidio ad un criminale, padre di famiglia.

ANTICIPAZIONE EPISODIO 18: Le donne possono contare su un arma letale che l'uomo suo malgrado non ha: la sensualità. Alex e Flavio se ne accorgono a spese proprie quando si trovano di fronte un suicidio inspiegabile, viziato da circostanze misteriose. Cosa è successo?

sabato 3 dicembre 2011

Alex Fedele: Ragni e fobie(episodio 16; stagione 1)


RAGNI E FOBIE




PROLOGO: Una persona malata di cuore deve stare lontana da ogni agitazione. Non si può farla arrabbiare o peggio, farla convivere con le proprie fobie. Be', non ci crederete, ma è quello che succede ad Alex Fedele, quando, di fronte ad un caso di infarto, arriva alla conclusione che nell'infarto c'è una causale esterna. Ma che cosa sarà? 

CAPITOLO I – Una morte sospetta

Ero appena uscito dalla doccia. Avevo l’accappatoio intorno alla vita e me ne stavo in casa a torso nudo mentre leggevo un giallo firmato dal sommo Arthur Conan Doyle. Quella sera non avevo alcuna voglia di parlare, volevo stare in pace con me stesso, tranquillo come non lo ero mai stato. Avevo da poco riposto le bende che mi ero procurato nello scontro con Turbotti e risolto il caso di Leòn, il maestro di ballo che si era mostrato in realtà un assassino.
«Papà, io esco». La voce di Fabio arrivò potente alle orecchie di Flavio.
«Dove vai ragazzo?». Flavio aveva distolto l’attenzione dal suo abitudinario quotidiano, e l’aveva focalizzata tutta su suo figlio.
«Esco».
«Con chi, se posso chiederlo?». Flavio nella versione insistente.
«Non sarà quella Martina?» intervenni.
«Hai centrato il punto!» esclamò sorridendomi.
«Hai capito il mio figliolo … ». Flavio si alzò dal divano e cinse le spalle di suo figlio con le braccia. «Sembrava adesso un bambino e invece ora esce con la fidanzatina».
«Non è la mia ragazza» rispose quasi disturbato.
«Esci con lei, di venerdì sera … suvvia, c’è qualcosa, non è vero?». Aguzzando lo sguardo, aveva messo in imbarazzo Fabio che cominciava ad arrossire vistosamente. Senza contare che ci si era messa anche Bianca, che, udendo il discorso dalla cucina, era uscita fuori e aveva cominciato a scrutare suo fratello con uno sguardo a metà tra il malizioso e il pessimista.
«E tu che hai da guardarmi così?» chiese sfrontato Fabio.
«Oh, nulla, nulla. Stai solo attento a non balbettare come l’altra volta» disse non riuscendo a trattenere una risata.
«A cosa ti riferisci?» chiesi a Bianca.
«Non dirglielo!».
«E dai, è di famiglia ormai» disse con il sorriso che le si dipingeva in volto. «Circa un paio di anni fa, Fabio uscì con una ragazza. Si chiamava Greta. Allora, quando dovevano uscire, lei era arrivata qui … e appena aperta la porta … ahaha!» non riuscì a terminare la frase e scoppiò in una copiosa risata.
Mi voltai verso Flavio, che, col sorriso sotto i baffi, mi disse:
«Appena arrivata qui, quella povera ragazza vide Fabio balbettare di fronte a lei … risultato: schiaffone sulla guancia e appuntamento alle ortiche».
«Ero più giovane e anche più imbecille!» comunicò Fabio.
«Ok» disse Bianca sorridendo. «Buona serata» aggiunse sempre maliziosamente.
Fabio si allontanò con diffidenza. Poi il campanello suonò. Ci fu un attimo di silenzio.
«Guai a chi parla» avvisò Fabio con fare minaccioso.
Ci cucimmo la bocca, e una volta aperta la porta, ci ritrovammo di fronte una ragazza sulla ventina, a dir la verità, molto avvenente.
«Buonasera a tutti» esordì timidamente. «Mi chiamo Martina … sono venuta a prendere Fabio».
«Piacere» dicemmo in coro. Successivamente, ci presentammo uno ad uno.
Martina, che di cognome scoprimmo fare Tulberi, era una ragazza davvero molto carina. I lunghi capelli biondi, chiarissimi, quasi platino, erano la cornice di un viso molto ben aggraziato. Gli occhietti piccoli, di colore nero, le conferivano profondità nello sguardo. Indossava occhiali neri ed un rossetto leggero, uno di quei lipstick che mettono le ragazze giovanissime per rendersi più belle. Aveva un neo piccolissimo, quasi nobile, sotto l’occhio destro. Era magra, ma su una cosa non aveva lesinato affatto: Sui gioielli. Ne indossava di molti tipi. Bracciali, collanine, anelli, orecchini, ciondoli preziosi. Fabio ci guardò un attimo.
«Ok … noi andiamo» disse. «Papà, non aspettarmi, torniamo tardi».
«Ok, mi raccomando figliolo».
Avrebbero dovuto passare una lunga serata insieme. Erano soltanto le sette di sera quando varcarono la soglia della porta, misero in moto e se ne andarono.
Non passarono nemmeno cinque minuti e sentimmo di nuovo il campanello. Intanto mi ero rivestito. Inconsciamente, avevo ricevuto Martina in accappatoio. Forse, e ribadisco il “forse” era stato un po’ imbarazzante.
«Buonasera, posso esserle utile?» aveva aperto Bianca.
«Sì, è questo lo studio di Flavio Moggelli?».
«Guardi, per lo studio si passa dal retro, ma si può accedere anche da qui, si accomodi».
«La ringrazio».
Una donna sulla cinquantina, con i capelli rossicci aveva fatto il suo ingresso in salotto. Flavio, era appoggiato con i piedi sul divano e non si era accorto di nulla.
«Papà! C’è una signora che vuole parlarti!» lo richiamò all’ordine Bianca.
«Al suo servizio milady!» balzò in piedi con una velocità incredibile e si mise in posizione militaresca.
La donna finse un risolino, ma credo si fosse già pentita di essersi rivolta a noi.
«Lei è Flavio Moggelli giusto?».
«In persona. Posso esserle d’aiuto?».
«Effettivamente sì … avrei un caso da sottoporle, ma forse è tardi, passo un’altra volta?».
«Non è mai troppo tardi per far giustizia signora, lo ricordi! Andiamo nel mio studio e parliamone, vediamo cosa posso fare. Alex, vieni» affermò con un cenno della mano.
Ci dirigemmo verso lo studio. Al suo interno, c’era ancora Sergio, che svolgeva le ultime pratiche burocratiche prima di andare a casa. Una qualità che avevo notato in Sergio era la dedizione al lavoro. Mi disse che l’aveva presa da suo padre, minatore. Mi disse anche che lavorava diciotto ore al giorno per portare a casa un po’ di soldi e che loro provenivano da una famiglia davvero molto povera. Qualcuno una volta disse che la povertà è il più grande dono che può farti un genitore. In parte è vero. Ti fortifica, ti rende duttile e malleabile alle varie circostanze della vita senza contare che diventi anche più umile di tutti quei figli di papà viziati.
La donna, vestita con una gonna viola ed una camicetta bianca, si sedette, e si tolse i grandi occhiali da sole. Io e Flavio sobbalzammo. Bianca era appena entrata, ed ebbe anche lei la stessa reazione. Stessa cosa Sergio. La donna dai capelli rossicci, aveva sulla parte sinistra dell’occhio un livido enorme, causatogli da chissà chi.
«Signora, vuole che le vada a prendere un po’ di ghiaccio? Ha avuto un incidente?».
«No, le spiego più avanti e …». Non terminò la frase. Scoppiò in lacrime. Sergio si sedette accanto a lei e mostrò tutte le sue doti di consolatore. Dopo un paio di minuti, i singhiozzi lasciarono campo alle parole.
«Non mi sono nemmeno presentata, vengo in casa sua senza nemmeno dirle il mio nome. Mi dispiace detective. Mi chiamo Rina Miscio, ho cinquantuno anni».
«Ok, in cosa posso aiutarla?».
«Lei conosce Nino Riccione?».
«Nino Riccione … vediamo … non mi sembra di aver mai sentito quel nome … mi spiace ma … ».
«Io lo conosco» interruppe Bianca.
«Davvero? E chi è?».
«Non farmi fare brutta figure, papà. Nino Riccione è uno dei miei autori preferiti. Avete presente la saga romantica “Cherry”? E’ lui l’autore di tutti i libri».
«Ah, quindi è uno scrittore?» domandai.
«Scrittore e anche autore di alcuni sceneggiati televisivi. E’ magnifico» mi rispose esultante.
«Sono contenta che ti piacciano  libri di mio marito» osservò Rina Miscio.
«Oh! Lei è la moglie del signor Riccione? Che onore! Io ho letto tutti i suoi libri, ricordo ancora il primo, quando esordì anni fa. Si chiamava “Baci e Rose”. Ho letto anche l’ultimo, “La vicenda del sentiero”. Può portargli i miei saluti per favore?».
La signora con i capelli rossicci abbassò lo sguardo. Si rimise gli occhiali da sole, forse per nascondere  le lacrime, che parevano essersi impossessate di lei.
«Non sarà possibile purtroppo».
«Uh? E perché mai?» chiese Flavio.
Mio marito è morto ieri sera. Non abbiamo avvisato nessuno, né stampa, né polizia, si solleverebbe un polverone … ».
Bianca fu gelata da quella parole. Le si riempirono gli occhi pieni di lacrime.
«Mi scusi, ma perché mai non avvisare la polizia? Capisco la stampa, ma … » Flavio era disarmato.
«Non mi crederebbero mai!» disse ricominciando a piangere.
«C-cosa vuole dire?».
«Mio marito è morto per un infarto, stando al medico di famiglia, ma io credo che ci sia tutt’altra storia sotto».
«E sarebbe?» domandai.
«Mio marito soffriva di problemi cardiaci da anni, ma ricordate, nessun parere medico è forte quanto il sesto senso di una donna. Io so che mio marito è stato ucciso! E so anche i nomi dei suoi probabili assassini!».
«Vuole dire che conosce chi ha ucciso suo marito? E’ assurdo!» esclamai.
«Ho solo dei sospetti … ma se mi rivolgessi alla polizia, passerei per matta. Mi serve discrezione, ed è per questo che sono venuta qui da lei, nel suo studio. So che lei è il massimo della professionalità, ha esperienza e validi collaboratori» disse la donna con gli occhi sognanti rivolgendosi a Flavio.
«La capisco signora» disse Flavio con le mani giunte. «Ma il referto medico parla chiaro … è infarto. Suo marito soffriva di questi disturbi?».
«Sì, mio marito prendeva le medicine per il cuore tutti i santi giorni. Ma il mio sospetto è che … ».
«Il suo sospetto è che sia stato indotto all’infarto … non è vero?» le dissi guardandola negli occhi.
«Indotto all’infarto? Ma cosa stai cianciando?». Flavio parve non credere alle mie parole, ma si zittì quando Rina Miscio annuì con discreta solennità.
«Quindi lei crede davvero» disse Flavio alzandosi dalla sedia della scrivania «che suo marito sia stato ucciso in questo modo?».
«Quel ragazzo ha centrato il punto» disse guardandomi. Era la seconda volta che “centravo il punto” in nemmeno mezz’ora. Stavo cominciando a farci l’abitudine.
«Insomma detective, vuole aiutarmi sì o no? Sappia che la questione economica non è un problema. Sono disposta a pagarle qualsiasi compenso».
«Signora, accetto l’incarico!». A volte è più venale di Zio Paperone.
«A proposito» interruppi «che cos’ha fatto all’occhio?».
«Oh … è che sono molto distratta … non ho visto un palo della luce e ho sbattuto prima di arrivare qui».

CAPITOLO II – Le parole della scrittura

Il condominio della signora Miscio e del signor Riccione, si trovava in Via Maria Vittoria. Andammo io, Flavio, Sergio e Bianca. Andrea, mio fratello, non era a casa. La scuola aveva organizzato una sorta di progetto che durava per tre giorni. Sarebbero andati nelle campagne di Torino a studiare la natura. Salimmo al quinto piano di un condominio molto antico a dir la verità. I grandi colonnati la facevano da padrone, ma all’interno dell’abitazione del signor Riccione e della signora Miscio, regnava la modernità.
Appena entrati, ci trovammo di fronte un ingresso molto stretto ed un salottino niente male. Nel corridoio incluso nel salottino, si andava in camera da letto. Nino Riccione, era stato coperto da sua moglie con il lenzuolo. Rina Miscio, non riuscì a trattenere le lacrime. Per intuito, la signora mi sembrava una di quelle donne che ama suo marito all’inverosimile, e l’avrebbe amato comunque. I suoi occhi sprizzavano odio, dolore e rabbia mentre ci fissavano. La sua bocca non lasciava mai uscire frasi volgari, ma ne garantiva altre molto forti. Il fatto di non essersi creata nessun problema, di essere stata comunque una donna … “con gli attributi”, di essersi presentata da noi e di aver insistito perché indagassimo su un caso a suo parere strano … la facevano diventare ai miei occhi, e spero anche ai vostri, una donna da ammirare.
«Mi dica signora Miscio» iniziò Flavio dando un’occhiata al cadavere. «Chi sarebbero i nomi da lei sospettati?».
«Sono due in particolare. Con entrambi mio marito aveva avuto tensioni negli ultimi tempi. Il primo è Mirko Dattilo. Era il manager di mio marito. Si occupava di salvaguardare le sue immagini, di cercare gli editori giusti e di organizzare tutte quelle cose di carattere burocratico e noioso. Avevano avuto una lite proprio qui in casa. Mirko se n’era andato su tutte le furie».
«E il secondo signora? Chi sarebbe?».
«Si chiama Edoardo Sciti, ha la stessa età di mio marito. E’ il suo migliore amico. Si conoscono dalle scuole medie e da allora sono sempre stati inseparabili. Il fatto è che circa due giorni prima che accadesse … » Rina Miscio si fermò un attimo, toccandosi le labbra, come per serrarle, come per soffocare un grido misto al nervoso e al pianto. «Ha capito insomma» concluse. «Due giorni prima comunque» riprese a parlare senza esitazione alcuna «erano addirittura arrivati alle mani».
«E lei conosce il motivo di queste liti?» chiesi.
«Con il suo manager ha litigato per un problema di lavoro. Mirko voleva che lui svolgesse un progetto che a mio marito non aveva mai convinto. Con Edoardo … be’ … l’impressione è che si trattasse di qualcosa di grosso. Ho udito solo che parlavano di violenze sulle donne e cose varie».
«Capisco. Be’ sarà meglio che li faccia venire qui. Se proprio dobbiamo indagare e loro sono i due soli sospetti … sarà meglio averli qui».
«Ehi, queste frasi dovrei dirle io!» mi rimproverò Flavio.
«Ehm … ok … scusami» dissi esibendomi in un sorrisetto ironico.
Venti minuti dopo, quando le otto si erano affacciate sul grande orologio a pendolo che spadroneggiava a destra e a manca nel salone, due uomini, più o meno della stessa corporatura, entrarono dalla porta.
«Cosa succede Rina? Ti è accaduto qualcosa?». Un uomo sulla cinquantina, con capelli castani ondulati, era tutto sudato e aveva la voce tremante.
L’altro figuro, era certamente più giovane. Indossava una camicia e una cravatta e portava una  valigetta piena di pratiche sbalzanti. Aveva anche una stilografica appoggiata sul taschino della camicia.
«Ecco signori» annunciò Rina Miscio. «Questi sono i tizi di cui vi parlavo. Il signore alla mia sinistra è Edoardo Sciti» affermò indicando l’uomo con i capelli ondulati.
«Questo ragazzo dai capelli biondo ramato invece, è Mirko Dattilo, il manager di mio marito».
Entrambi ci salutarono con un sorriso.
«Io sono il detective Flavio Moggelli, lui è Alex, un ragazzo che vive con me.  Lei invece» disse puntando l’indice verso Bianca, «è mia figlia». Salutammo tutti con le consuete strette di mano. Poi dopo un po’ di silenzio, Mirko Dattilo, cominciò a parlare.
«Scusi signora Miscio, ma perché ci hai detto di venire qui con urgenza? Ho disdetto un importante appuntamento di lavoro per venire da lei». Il manager di Riccione, era senza dubbio una persona particolare. Oltre ad essere molto eccentrico nei colori, mi parve fosse leggermente effeminato. Non conoscevo i suoi gusti sessuali, né sinceramente avrei voluto conoscerli, ma fatto sta che la prima sensazione che mi comunicò, fu proprio quella.
«Il fatto è» dissi stracciando il discorso e mettendo fine al clima di quiete «che la signora vi incolpa direttamente dell’omicidio di suo marito, il signor Nino Riccione».
«Alla faccia della delicatezza!» mi sussurrò Bianca.
«Nino? Ma Nino è vivo! Cosa dici ragazzo?».
«Mi dispiace informarvi» disse Flavio con voce rotta dal sentimento «che Nino Riccione è morto, stando ai medici, per attacco cardiaco».
Edoardo e Mirko, rabbrividirono. Quest’ultimo, si lasciò andare sul divano del salottino, mentre Sciti, si voltò di spalle. Voleva raccogliere le idee.
«E adesso come faremo con i libri?».
«Mio marito è morto e lei pensa ai libri? Ma ce l’ha un cuore?». La signora Miscio si era adirata a tal punto che il colorito del suo viso era diventato rossastro.
Mirko non rispose. Edoardo andò subito a farfugliare qualcosa a Rina. Sembravano in ottimi rapporti.
«Scusate» domandò Edoardo «perché la signora ci incolpa?».
«Perché siete gli unici, oltre a mio marito ed io che abbiate le chiavi dell’appartamento!» interruppe Rina.
«Suo marito soffriva di cuore! Se ne faccia una ragione!» Mirko sbottò sul divano, rizzandosi in piano.
«Mio marito stava benissimo da molto tempo. Uno di voi due lo ha ucciso!». La signora era decisa ad andare fino in fondo.
«Ok, ora calmiamoci e stemperiamo i toni» disse Flavio accendendosi una sigaretta. «Ascoltate signori. La signora Miscio o Riccione, come preferite, ci ha detto che avete avuto una violenta lite con la vittima ultimamente. Corrisponde a verità?».
«Sì» sussurrò imbarazzato Edoardo. «Due giorni fa, sono venuto qui. Io e Nino parlavamo di gusti in proposito di donne. Ad un tratto, lui si è lasciato un po’ andare con l’alcol e … io anche. Alla fine si è arrivati alle mani. Ma nulla di grave».
«Anch’io» disse Mirko sistemandosi la valigetta stracolma di pratiche «ho avuto una lite con il signor Riccione. Eravamo in disaccordo per un affare. Ma questo non fa di me un assassino, dannazione!». La voce stridula di quell’uomo era insopportabile. «Io me ne vado».
«Lei non va da nessuna parte» gli dissi sbarrandomi di fronte la porta.
«Levati di mezzo ragazzino! Non sei la polizia».
«Provi ad immaginare cosa accadesse se dovesse arrivare la polizia. Stando ai racconti della signora, unico e solo tramite con la vittima, i due sospettati sareste sempre e comunque voi».
«E allora?».
«E allora vi manterrebbero sotto controllo per diversi giorni. Finché non crollereste. Le do un consiglio. Sbrighiamocela qui, ci faccia indagare come ci ha detto la signora. Se non troviamo nulla, ok. Ma se lei fugge a priori, significa che ci sta suggerendo un modo per arrivare al colpevole … ».
«Cosa vorresti dire sbarbatello?». Questa mi mancava.
«Che forse le indagini non sono necessarie, se si fugge».
«Ok, rimarrò qui, ma solo per dimostrare a tutti che io non c’entro niente! Il signor Riccione soffriva da tempo di cuore!».
Placati gli animi bollenti, Flavio cominciò ad indagare qua e là. Mi tenne fuori dal suo iniziale processo investigativo, dicendomi che mi avrebbe chiamato solo quando avrebbe realmente avuto bisogno di me. Ergo, anzi, deduco, che non mi avrebbe chiamato mai più, anche a costo di stare una vita senza soluzione. Era fatto così. Non voleva l’aiuto di nessuno. Che tipo.
Diedi anch’io un’occhiata al cadavere. Nulla di strano. Sul corpo non c’erano segni di colluttazione. La camera del signor Riccione era davvero grottesca. Mi aveva seguito Bianca, che era rimasta ad ammirare tutti i libri scritti da Riccione. Li guardava ammirata, estasiata. Insomma, le dovevano piacere davvero molto.
Poi si voltò di scatto, mentre esaminavo il cadavere. Guardavo i polsi, il collo, le circostanze che avevano portato a quella posizione.
«Non provi mai impressione?».
«Cosa vuoi dire?».
«Dico … chissà quanti ne hai visti … nei casi della tua città anche».
«Mi dispiace, potresti essere più chiara?».
«Sto parlando di persone morte, di cadaveri. Non provi … ribrezzo?».
«E perché? Fino a poco fa Riccione respirava come te».
«Capisco» affermò accennando ad un sorriso «ma è orrendo fare questo lavoro non trovi?».
«Se la pensassi come te, non sarei qui, non credi?».
«Io non ho mai sopportato il lavoro di mio padre».
«Davvero?» dissi alzandomi e voltandomi verso di lei.
«Già. Troppi pericoli. Troppe lacrime. E’ disumano».
«Io invece lo amo. Non c’è cosa più bella che fare Giustizia.»
«Sono d’accordo ma … insomma non è piacevole avere a che fare con … ma ok, chi vi capisce è bravo!» disse in tono esasperato.
Rimanemmo un attimo in silenzio, poi riattaccò a parlare.
«Hai scoperto qualcosa?
«Forse …».
Ai bordi del letto e sul letto stesso, avevo notato una poltiglia biancastra densa. Non l’avevo toccata. Se era quello che pensavo, forse avevamo completato metà dell’opera.
«Certo che Riccione era molto eccentrico» disse Bianca guardandosi attorno.
«Cosa te lo fa pensare?» le chiesi in tono curioso.
«Be’, tu non lo conoscevi. Ma io che sono una sua fan, sapevo tutto di lui. Si diceva che fosse un tipo abbastanza paranoico».
«Davvero?» dissi posandomi una mano sul volto. «Per esempio?».
«Be’, aveva un sacco di manie, di paure. Si lavava le mani in continuazione. Si diceva che portasse sempre del disinfettante nella valigetta e che imponesse questa regola anche a chi facesse affari con lui. Inoltre, non mangiava niente che non fosse preparato secondo i suoi ordini. Le verdure ad esempio, dovevano provenire solo dall’Asia. Spendeva un capitale solo per mangiare come voleva».
«Capisco. Particolare è dire poco. E cosa mi dici delle sue paure? Hai accennato qualcosa prima».
«Non so dirti molto» disse roteando gli occhi. «Aveva però un sacco di paure secondo la stampa. Prima fra tutti, quella del buio. Poi non sopportava i rumori forti. Anche i ragni lo infastidivano e qualsiasi tipo di insetto o di rettile. Quest’ultima fobia ce l’aveva fin da piccolo, pensa un po’».
«Ah sì?» dissi in tono sospetto, aguzzando gli occhi.
«Dimmi la verità, Alex. Tu sai qualcosa e non vuoi dirmelo non è vero?».
«Mai sentito parlare di segreto professionale?» accennai un sorriso.
Mi guardò male. «No. Tu hai mai sentito parlare di buone maniere?».
«E dai, non c’entra l’educazione con questo!» le dissi sorridendo.
Rimase impassibile, a guardarmi negli occhi.
Sotto il letto, c’era un gran cumulo di polvere. Oltre a quello però, trovammo un grande indizio. Un telefono cellulare. Probabilmente quello della vittima.
«Ma questo è un cellulare?» chiese Bianca tenendolo per mano. Glielo presi immediatamente. Forse ci sarebbe stato d’aiuto.
«Già … e se leviamo il blocca tasti … ci sono dei numeri».
«Mi fai vedere?».
«Dopo. Adesso devo andare da tuo padre!» dissi urlando senza che me ne rendessi conto e scappando.


CAPITOLO III – Il codice rivelatore

Arrivai nel salottino. Flavio scriveva sul bloc notes tutto ciò che gli sembrava utile.
«Allora? Trovato qualcosa?».
«Altroché. Guarda qui» gli dissi mostrandogli il cellulare tenuto con un fazzoletto per evitare di lasciare impronte.
«Un cellulare?».
«Già, l’ho trovato sotto il letto di Riccione».
«E’ quello di mio marito!» confermò la signora.
«E allora?» chiese Flavio esitante.
«E allora, guarda cosa succede se tolgo il blocca tasti». Una serie di numeri apparve sullo schermo.
«Non mi dirai che … ».
«La vittima voleva dirci qualcosa nel momento del decesso. Questo rafforza la tesi della signora. Non è morto in modo naturale. Qualcuno ha forzato questa reazione».
Successivamente, io e Flavio, prendemmo due fogli di carta. Bianca ne prese un terzo. Si improvvisò detective anche lei. Intanto Rina Miscio e Edoardo Sciti, sembravano sempre più in confidenza tra di loro. Edoardo le accarezzava i capelli e la confortava. Tutto questo, nonostante fosse stato sospettato dalla donna stessa, di essere l’autore del delitto di suo marito.
Sui nostri fogli ricopiammo questa sequenza di numeri:

77772224448444

Ricordo che ci fu silenzio per almeno dieci minuti buoni. Tutti cercavano di decifrare il codice. Da buon Sherlock Holmes, provavo a farlo anch’io, con Bianca seduta di fronte, che faceva varie ipotesi tra sé e sé.
«Potrebbero essere» iniziò a parlare Bianca «una serie di numeri civici».
«Non credo» spezzò Flavio. «Per indicare il colpevole, bastava indicarne uno solo. E poi perché metterli così attaccati tra loro?».
«Già, hai ragione».
«Che ne dite di un numero telefonico?» disse la signora Miscio.
«Non dica sciocchezze! Non vede che il prefisso è completamente sballato?». Flavio ancora una volta, con molta delicatezza.
«Già ha ragione, mi scusi tanto» disse affranta la donna.
«Possiamo escludere anche che si tratti del classico “codice a sostituzione della lettera singola”. Sostituendo le cifre con le lettere, si ottengono frasi senza senso» intervenni.
«Già. E sto provando anche ad invertire le lettere … ma niente. Dannazione, cosa può essere?» domandò uno sconfortato Flavio.
Bianca ormai ci aveva rinunciato. Un “bip” si era sentito nell’aria, e lei si era scusata. Le era arrivato un messaggino.
«E’ di Barbara» annunciò. Non che ce ne importasse tanto, ma era stata così educata a mettere il silenzioso, che nessuno ebbe il fegato di dir lei ciò che pensavamo dell’sms in quella circostanza.
«Papà, devi decidermi a comprarmi un nuovo cellulare … questo ha tutta la tastiera allentata! Senza T9 per i messaggi c’è il rischio che scriva idiozie».
«Non adesso, Bianca».
«Ok, scusami» disse abbassando lo sguardo.
Non avrebbe mai dovuto scusarsi. Aveva risolto il caso. Ora sapevo come decodificare il messaggio di Riccione. Balzai in piedi dopo una trentina di secondi, suscitando gli sguardi perplessi dei presenti. Poi guardai negli occhi Edoardo e Mirko.
«C’è un ragno a terra!» urlai a più non posso. «Proprio lì, dietro di lei, signor Dattilo!».
Mirko Dattilo lanciò delle urla decisamente anomale per un uomo. Più che urla, potevano considerarsi gemiti di ansia e gridolini isterici. Saltò sul divano chiedendo ripetutamente dove fosse il ragno. Invece, Edoardo Sciti, si era accontentato di calmare Rina, anch’essa leggermente preoccupata e di localizzare l’animale.
«Era uno scherzo!» dissi ridendo di gusto.
«Oh! Ma sei idiota ragazzino? Mi hai fatto prendere un colpo!» mi rimproverò Mirko.
«Il signore ha ragione. Come ti salta in mente di spaventare tutti?» rincarò la dose Edoardo.
«Adesso io ti … » avevo già lo schiaffo di Flavio sulla nuca, ma ad un tratto dissi:
«Mi dispiace, ma anche Flavio sa che sono un gran giocherellone. Diglielo Flavio» dissi facendogli gomito.
«Ma cosa … ?!».
«E diglielo!» insistetti guardandolo storto.
«Eh già … eh eh eh … dovete scusarlo. E’ solo un po’ vispo … » disse fingendo una risata. Poi mi guardò e mi tirò a sé. «Cosa stai cercando di dirmi ragazzo?».
«Che sto risolvendo il caso» gli dissi a denti stretti.
«E come?».
«Lo vedrai, porta pazienza».
«Non mi dirai che hai già risolto il codice?».
«Già, ma è merito di Bianca».
«Bianca? Mia figlia?».
«Certo, conosci altre che si chiamino Bianca e che siano in questa stanza?». Non colse l’ironia, e mi diede la pacca lo stesso.
«Dammi carta bianca» lo incitai.
«Va bene» disse esitando. «Ma smettila di fare il presuntuoso!».
«Ma chi io? Ma realmente?».
«Smettila!».
«Ok … calmino».
Mentre avevamo dato spettacolo, la gente ci aveva fissato in modo decisamente poco rassicurante. Non so che pensieri fossero balenati nel cervello della signora Miscio, o di Edoardo, o di Mirko, o di Bianca … ma secondo me erano sensazioni inquietanti.
«Sapete … a volte l’amicizia, o il rapporto lavorativo … può degenerare» cominciai.
«Eccolo che ricomincia con le ambiguità» la voce di Flavio, scocciato. Che tipo!
Lo guardai strano, poi decisi di continuare a mettere sotto torchio i sospettati.
«Dicevo, tutto può sfociare nel crudele e degenerare. La signora Miscio, ha avuto una brillante intuizione»
dissi mettendo un braccio sulla spalla della donna. «Ha sospettato fin da subito di voi e ha sospettato fin da subito che suo marito fosse stato indotto all’infarto e non che lo avesse avuto in modo naturale».
«Vuole dire che … ». Mirko Dattilo era balzato in piedi dal bracciolo del divano e si dimenava a fatica. Era rosso in viso e tutto sudato.
«Esattamente. Qualcuno ha indotto all’infarto il signor Riccione. Quel qualcuno sapeva dell’esistenza dei problemi cardiaci della vittima, e ha approfittato di questo disturbo per eliminarlo». Mi fermai, e girandomi di spalle, soffermai la mia attenzione su un soprammobile raffigurante un piccolo Buddha.Lo presi in mano, poi mi voltai di scatto. «Non è vero signor Edoardo? Confessi, lei è l’omicida!».

«Confessi» lo incitai guardandolo con aria di sfida. Il sangue freddo di quell’uomo mi colpì. Si carezzò i capelli, e tirandosi indietro, decise di sfidarmi a sua volta. M guardò strafottente, mentre in stanza, i cuori della gente palpitavano.
«Edoardo! Hai fatto questo?» Rina Miscio si adagiò sulla poltroncina color ramato.
«E chi l’ha detto? Il nostro amico deve ancora provarcelo».
«Ha detto benissimo. Signora Miscio, il suo amico ha ragione. Io devo ancora concludere. Ma mi lasci dire una cosa signor Edoardo. Sa, nonostante la mia giovane età, posso vantarmi di aver risolto innumerevoli casi, prima nella mia città natale e successivamente qui a Torino».
«Davvero?».
«Già. Posso anche dire di essere abbastanza curioso per indole. E posso anche concludere dicendo che amo documentarmi su ogni cosa non mi sia chiara. Lei lo sa, signor Edoardo, che i ragni possono defecare?».
Mi guardò stranito. «Certamente. Sono esseri viventi anche loro!».
«Bene. E lo sa che aspetto hanno le loro feci?».
«Non ne ho idea».
«Glielo dico io. Hanno l’aspetto di una poltiglia biancastra, molto densa. E sa cosa ho trovato nel letto della vittima? Già, proprio così, feci di ragno! La scientifica non ci metterà molto a confermare la mia teoria».
«Quindi lei mi sta accusando di un delitto … solo perché ha trovato feci di ragno nel letto del mio amico?».
«No di certo. Ma andando per logica, virtù decisiva per il mestiere di detective, tra lei e il signor Dattilo, chi conosceva meglio la vittima e quindi anche le sue indubbie paure … è proprio lei, signor Edoardo. E’ lei l’amico d’infanzia Edoardo. Lei, l’indubbio omicida di questo assassinio così efferato!».
«Stai correndo un po’ troppo con la fantasia» interruppe Flavio. «A mettere il ragno, potrebbe essere stato anche il signor Dattilo».
«Caro Flavio, non hai capito il mio scherzetto di poco fa. Ed io che pensavo il contrario. Ho finto che ci fosse un ragno, per osservare le reazioni dei signori. Il signor Dattilo, è salito addirittura sulla poltrona ed è stata una reazione del tutto naturale. Edoardo invece, è rimasto impassibile e addirittura ha cercato la bestiola. Mirko non avrebbe mai potuto inserire un ragno in casa, semplicemente perché ha paura di quegli animali! Non è vero signor Dattilo?».
«Confermo» disse stupito.
«Ma Alex» cominciò a parlare Bianca. «Non ti sembra di correre troppo? Ok, le deduzioni che hai fatto sono esatte, ma mancano le prove».
«Le prove? Per questo devo ringraziare te».
«Me? Ma cosa … ?».
«Vedi, l’errore è stato non saper decifrare il codice, non avere elasticità mentale. Ma tu, con la tua lamentela sui telefonini … be’, hai acceso la miccia per il mio intuito».
«Non capisco» affermò la signora Miscio. «Cosa c’entra la lamentela della ragazza con … ?».
«Vede signora, la verità, non è mai troppo lontana da ciò che viviamo. Per quanto riguarda il codice, abbiamo ipotizzato che si trattasse di numeri civici, telefonici e di mille altre cose ancora. Nessuno ha pensato però … ».
«Nessuno ha pensato al linguaggio SMS!» Flavio urlò all’inverosimile e mi guardò cercando un cenno d’intesa che arrivò  prontamente dopo pochi secondi.
«Esattamente. Provate ad immaginarvi la tastiera di un comune cellulare. Ora ricordate i numeri. Erano: 77772224448444. Ora, cercando sempre di tenere a mente la tastiera del telefonino, provate a pigiare tante volte quanto è ripetuto, il numero che la sequenza ci propone. Facciamo una prova». Porsi la mano a Bianca, che mi tese il suo cellulare.
Poi ripresi a parlare. «Quattro volte il numero 7, corrisponde alla lettera “S”. Tre volte il 2 è “C”, tre volte il quattro è la “I” , una volta l’8 e la “T”, e infine … ancora una volta, tre volte quattro è ancora “I”. Ora provate a leggere».
«Sciti! Ma è il cognome di Edoardo!» affermò Rina Miscio.
«Proprio così. E se non fosse abbastanza, caro Edoardo … sappia che sarà messo sotto torchio dalla polizia per ore, finché lei non possa avere il coraggio di confessare il suo reato».
Seguì un attimo di silenzio. Poi, Edoardo Sciti, abbassò lo sguardo, e ridacchiando, ebbe la faccia tosta di dire: «Non sono pentito. No, non lo sono affatto!».
«Mi dica la verità … lei ha litigato con il suo amico per qualcosa che va più al di là della semplice discussione … non è vero?».
«Ha centrato il punto». E per oggi sono tre. Abitudine fatta.
«Ha anche un nome e cognome. Rina Miscio … non è vero?».
«Cosa?». La signora era balzata in piedi e non riusciva ad assumere una espressione normale.
«E lei non faccia finta di sapere nulla!» la rimproverai. «Quell’occhio nero … scommetto che è opera di suo marito. Edoardo l’ha saputo e non ci ha visto più. Il suo amico, cara signora,è innamorato di lei. E aggiungo, è impossibile che lei non se ne sia accorta. Da che mondo è mondo, le donne le avvertono queste cose».
Rina Miscio abbassò lo sguardo senza esitare. Piuttosto che “centrare il punto”, avevo colpito nel segno. Onestamente, il sentimento di Edoardo forse, era davvero nobile. Era il gesto che aveva cercato di avvolgere questo sentimento che non era stato nobile. Uccidere per amore, è il contrariarsi all’infinito. Non so come un essere umano riesca a provare amore e poi ad uccidere. Non lo capirò mai. Che schifo.
Edoardo Sciti, spiegò ogni cosa, esattamente come le avevo preannunciate. Le sue parole risuonarono dure come l’acciaio e ebbero un solo effetto. Duro, appunto. Assistere alla confessione di un omicidio è sempre bruttissimo. Gli assassini hanno costantemente lo sguardo abbassato, la voce rotta dal sentimento e gli occhi stupiti,quasi come non riuscissero a capacitarsi del perché fossero stati inchiodati.
Quindici minuti dopo, la polizia arrestò Sciti. Il giorno dopo, i giornali riportavano integralmente la storia e all’ufficio arrivarono i soldi del compenso per il lavoro svolto. Flavio aprì la busta. Cinquemila euro, in contanti. Niente male.
«Ok per il caso ragazzo» mi disse voltandomi le spalle.«Ma come hai capito la storia del movente? Dell’amore di Edoardo per Rina?».
«Intuito … e un po’ di fortuna. Non hai visto che era sempre premuroso con lei?».
«Non ci avevo fatto caso». Seguì un silenzio anormale per la circostanza. «Dimmi un po’ ragazzo … hai diciotto anni da poco. Sei mai stato innamorato di una donna?».
«L’amore è per i sognatori. Ma per quanto tu logico sia, alla fine ti cattura. Non so darti una risposta alla domanda».
«Ok, capisco. Ma c’è qualcuna che ti piace?».
«Sì».
«Sei riservato riguardo alla tua vita sentimentale eh?» disse facendo un risolino. «E’ di Fondi? L’hai lasciata lì?».
«No, no. Figuriamoci. Non so se sarei mai partito».
«E’ di queste parti?».
«Già».
«Hai capito! Be’, allora datti da fare! Sennò se la prendono!».
«Ok». Feci un risolino anche io. Era di Torino, era con me, era parte di me.

ANTICIPAZIONE EPISODIO 17: Una giornata tranquilla sembra possibile per tutti, giusto? Anche per Alex? Forse no. I nostri vanno al centro commerciale e si ritrovano un caso di follia umana senza pari. Servono sangue freddo, coraggio e astuzia! ALEX FEDELE EPISODIO 17 - OSTAGGI AL CENTRO COMMERCIALE, Solo qui a partire  dal 10/12/2011! NON PERDETELO PER NESSUNA RAGIONE